L’Associazione Teatro di Buti presenta, al Teatro dei Conciatori in Via dei Conciatori, 5 Roma, da martedì 23 a domenica 28 maggio 2017 ( dal martedì al sabato ore 21.00 e la domenica ore 18.00 ), Emma B. Vedova Giocasta di Alberto Savinio con Elena Croce ed Elisabetta Furini, per la regia Alessio Pizzech.
Una lettera annuncia alla signora Emma il ritorno del figlio Millo dopo quindici anni di separazione. Nel lungo monologo che ne precede l’arrivo Emma B. ripercorre sul filo della memoria il cammino della sua autocoscienza di madre : dalla rievocazione dello stratagemma con cui essa aveva salvato il figlio, nel gennaio del ’44, durante una perquisizione della polizia, al ricordo del momento di verità che aveva accompagnato l’ingresso di Millo nell’età adulta, allorché vedendolo dentro i panni riadattati del padre ella aveva finalmente riconosciuto in lui il suo vero uomo. Emma B., per anni, dopo l’abbandono da parte del figlio, ne aveva allineati i vestiti, custoditi in un armadio, appendendoli ad una corda, in una pratica fattasi quotidiana. Quei vestiti, in grado di raccontare l’intero iter esistenziale del figlio, avevano finito per acquistare medianiche potenzialità evocative. Millo, assente, è nelle parole della madre la vittima di un destino cui tentò invano di sottrarsi, ma anche Emma B. rivela nel finale un attimo di esitazione di fronte all’estremo atto della sua insubordinazione al principio di autorità incarnato dal marito. È per ribellarsi a quel principio che ella ha preso a muoversi sul terreno della trasgressione. Con la rimozione di ogni traccia mnemonica dell’esistenza del marito e con l’esercizio del potere, connesso con il suo nuovo status di madre, Emma B. aveva iniziato l’opera di riscatto della propria situazione di donna. Il vero eroismo della maternità di Emma B. sta nell’aver accettato la pregiudiziale indispensabile alla condizione di madre: la sudditanza ad un estraneo. Il suo egoismo sta nell’aver messo a segno un progetto che contemplava nel figlio maschio la propria rivalsa di donna, di essere condizionato dalla ricerca di un complemento. Complemento che, una volta creato, va educato nella dipendenza, nella convinzione a lungo conculcata che altrove sia vana la ricerca della felicità . L’armadio dei vestiti racconta le tappe di questa servitù, le somiglianze fisionomiche delle donne incontrate dal figlio con i tratti del proprio volto costituiscono per Emma B. altrettante conferme della riuscita del suo disegno. Dopo l’inutile calvario sentimentale della sua vita, Millo è ora pronto a ritornare da lei, ad ammettere con il ritorno la propria sconfitta. Il monito oscuro, la negazione di ogni felicità esterna, la promessa tranquillante di un microcosmo sotto tutela, non sono che alcune delle armi cui ricorre questa madre per trattenere il figlio, e dove più non vale l’autorità interviene la lusinga, l’affascinante trasformazione finale, che la vede pronta ad attrarre il partner con la seduzione dei sensi.

Insomma per me Savinio resta un incontro folgorante .
Questo suo voler disinnescare i meccanismi ipocriti borghesi, familiari è indicatore di una capacità sovversiva che la sua scrittura porta con sé e che oggi può rappresentare uno strumento di conoscenza e osservazione per un cambiamento profondo che la società italiana deve chiedere a sé stessa ; in questo costante “sconfinamento” risiede la ricchezza di senso della scrittura di Savinio. Egli ci invita, con ironia, a dissacrare noi stessi, le regole che come adulti ci siamo dati, conservando quello sguardo bambino, artistico, che possa illuminare il buio “del dolore del presente”

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