Il Panteismo nel contesto letterario

Panteismo nella letteratura
nella letteratura

Se si intende cercare un terreno fertile per il panteismo in ambito letterario, questo è senza dubbio da ricercarsi nel Romanticismo. Infatti in questo movimento culturale e letterario sviluppatosi dalla fine del 1700 a partire dalla Germania e poi diffusosi in tutta Europa, la natura assume un ruolo chiave, assurgendo a principio del tutto e rappresentando la manifestazione dell’infinito. Rispetto al Classicismo, in cui tutte le forme esistenti sono organizzate secondo una disposizione gerarchica, nel Romanticismo la Natura e Dio sono intercambiabili. Date queste premesse, non è difficile imbattersi tra i poeti romantici in versi in cui affiora in modo originale e creativo l’identificazione di Dio con la natura.

Dopo aver delineato in un articolo precedente il Panteismo nel contesto filosofico, ora intendo immergermi nella fantasia del mondo poetico, cercando di porre in evidenza elementi riconducibili alla dottrina panteista. Per questo articolo, ho selezionato alcuni autori rappresentativi del Romanticismo e Decadentismo inglese e accennerò soltanto alla letteratura tedesca e a quella americana. Per iniziare, il poeta (1770 – 1850) nella sua opera (L’Abbazia di Tintern), ha scritto alcuni versi in cui si può identificare la dottrina panteista :

E ho sentito
una presenza che mi disturba con la gioia
di pensieri elevati; un senso sublime
di qualcosa infuso molto più in profondità,
la cui dimora è la luce al tramonto del sole,
e l’oceano rotondo e l’aria vivente,
e il cielo blu, e nella mente dell’uomo:
un moto e uno spirito, che spinge
tutte le cose pensanti, tutti gli oggetti di tutti i pensieri,
e rotola attraverso tutte le cose. Perciò sono ancora
un amante dei prati e dei boschi
e delle montagne …

In questo passaggio, Dio viene implicitamente indicato come “una presenza” che risiede nel sole, l’oceano, il cielo, l’aria e anche l’essere umano stesso. La ripetizione della congiunzione “e” non fa altro che rimarcare, sul piano concettuale, l’ubiquità del Dio – natura che è presente dappertutto. Inoltre il poeta romantico sembra enfatizzare l’idea dell’unità della psiche umana con la mente universale del cosmo. Sovvertendo la tesi cartesiana del Dio creatore e riecheggiando Spinoza, Wordsworth rivisita il concetto di natura, in chiave panteistica. Il coinvolgimento stretto della natura riflette il legame indissolubile tra l’universo e tutto ciò che è naturale ed armonioso. In base ad alcune interpretazioni, questa connessione dell’universo e dell’umanità con l’universo può aver subito l’influenza del collega (1172 – 1834) e del poeta e giornalista inglese John Thelwall (1764 – 1834), nelle cui opere si evidenzia la fusione delle azioni umane con i movimenti del cielo e della terra. In una lettera scritta da Coleridge e indirizzata a Thelwall del 1797, viene anticipata la visione panteistica che Wordsworth avrebbe poi fatto emergere in Tintern Abbey l’anno successivo : la mia mente è come se soffrisse nel sopportare qualcosa di immenso, qualcosa di unico e indivisibile .. ed è in questo credo che le rocce, le cascate, le montagne o persino le caverne mi danno un senso di sublime e maestoso! ; ma in questo credo tutte le cose imitano l’infinito! In qualche misura, il panteismo di Wordsworth è assimilabile al spinoziano, che è riconducibile al , secondo il quale non vi è trascendente oltre alla natura. Inoltre, dal momento che l’anima sembra pervadere la materia, nei versi di Tintern Abbey si può intravedere una visione panpsichista, secondo la quale tutti gli esseri animati ed inanimati possiedono coscienza e razionalità. In un altro componimento di William Wordsworth, (Righe scritte a inizio primavera), emerge il panpsichismo in questi versi in cui il poeta attribuisce agli uccelli la capacità di pensare : saltellavano attorno a me gli uccelli, cantando. Ciò che pensano non so. Ma ogni loro minimo sussulto pareva un fremito di gioia.

Nella prima versione del poema autobiografico incompleto The Prelude (Il Preludio), scritto nel 1799, Wordsworth fa riferimento allo spirito dell’amore religioso con cui ha camminato con la Natura, un amore così intenso che non lascia spazio per un Dio separato dalla natura : in tutte le cose ho visto una sola vita e ho realizzato che era gioia.

Dopo essermi soffermato sul panteismo wordsworthiano, intendo ora citare alcuni passaggi poetici di altri autori romantici inglesi in cui si può notare l’identificazione di Dio con la natura. Samuel Taylor Coleridge evidenzia la sua concezione panteista e panpsichista in questi versi del suo componimento Eolian Harp (L’Arpa Eolica): e che dir poi se tutte le cose della natura animata non fossero che arpe vere e proprie costruite in modo diverso, il cui brivido si traducesse in pensiero mentre sopra di esse passa, plastico e immenso lo stesso soffio intelligibile, anima di ciascuno e nel contempo Dio di tutti? In particolare, l’Arpa Eolica è un poema che si concentra sul rapporto tra l’uomo e la natura, in cui convergono due elementi antitetici come l’ordine e la forma selvatica. Con l’espressione “One life” Coleridge intende la natura ed l’umanità in quanto unite insieme allo scopo di individuare il divino nella natura. Nella domanda retorica di fine componimento emerge chiaramente la sua idea panteistica che si fonda sul credo nell’esistenza di un immanente e astratto Dio che è in tutto, compreso il mondo naturale. Ancora più interessante è il fatto che il soffio intelligibile richiama il concetto di pneuma (in greco “respiro”), che era considerato principio della vita dagli stoici, anch’essi in qualche modo considerati panteisti, e che potrebbe essere identificato con Dio. In un altro componimento, Frost at Midnigh (Gelo a mezzanotte), lo stesso Coleridge ribadisce il suo panteismo. Egli in particolare esprime il desiderio che suo figlio vaghi come una brezza attraverso laghi e rive sabbiose, oltre i dirupi di montagne antiche e oltre le nubi .. in modo tale da poter vedere ed ascoltare le forme armoniose e i suoni intelligibili di quel linguaggio eterno, che il suo Dio pronuncia, colui che dall’eternità insegna se stesso a tutte le cose e tutte le cose in se stesso. In queste righe Coleridge auspica che suo figlio Hartley possa avere un’infanzia che lui non ha potuto avere, vivendo a stretto contatto con la natura e divenendo suo stesso figlio. All’interno del componimento è presente una forte matrice cristiana dal momento che il poeta interpreta la natura come una rappresentazione fisica della parola di Dio. Il panteismo di Coleridge si distingue da quello di Wordsworth per l’elemento religioso cristiano che domina nel primo, in cui è evidente anche l’influsso della filosofia neoplatonica.

Un altro importante poeta romantico inglese che si è caratterizzato per una concezione panteista è Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822). Nella sua poesia Ode to the West Wind (Ode al Vento dell’Overst) e in (Monte Bianco), il poeta si serve delle immagini del vento, della montagna e del fiume per trasmettere idee panteistiche. Nel primo componimento, il vento è visto come una manifestazione del divino che esercita la sua influenza su tutte le cose, dalle foglie alle nuvole, le piogge, le piante e il mare. Inoltre il poeta si riferisce al vento come spirito selvaggio che dovunque t’agiti, distruggi e proteggi. Nella parte centrale del componimento il poeta, invocando una preghiera al vento, non fa atro che riaffermare l’idea panteistica che Dio è in tutto. In particolare egli esprime il desiderio di essere partecipe dell’impulso della potenza del vento, divenendo una foglia appassita in modo tale da poter essere trasportato, o una nuvola rapida per inseguire il suo volo e ancora un’onda palpitante. L’invocazione procede come in una sorta di climax, poiché ad un certo punto il poeta aspira a divenire il Vento stesso, cioè lo Spirito divino, in modo tale da poter avere una nuova rinascita. Nel componimento Mont Blanc, nel primo verso l’espressione “incessante universo delle cose” riassume in sé Dio, la Natura e i pensieri umani. Shelley intende trasmettere l’idea dell’incessante scorrere del fiume alpino Arve, dove le cascate zampillano eternamente, per rappresentare la natura divina. Poi ancora riferendosi alla Gola dell’Arve, il poeta descrive i pini che la circondano come figli di un tempo antico, nelle devozioni del quale i venti liberi vengono ancora e sempre vennero per bere i suoi odori. Nella terza strofa del poema, Shelley giunge a identificare il Monte Bianco con Dio, che appare silenzioso, innevato e sereno, trafiggendo il cielo infinito, attorno al quale le montagne suddite impilano le loro forme celestiali. Nonostante abbia scritto il Saggio sull’Ateismo, Shelley in esso attacca l’idea del Dio creatore e non la posizione panteista. Egli stesso afferma infatti: “Non esiste Dio. Questa negazione deve essere compresa in quanto riferita alla Divinità creatrice. L’ipotesi di un pervadente spirito coestensivo con l’Universo resta solida e stabile”.

Concludo questo percorso alla ricerca di elementi panteistici nella letteratura inglese con (1854 – 1900), il quale nella sua poesia fa chiaramente riferimento alla dottrina panteista, laddove enfatizza l’idea che gli dei greci dimorano nella natura. Lo scenario naturale delineato non è quello tetro e cupo del Nord Europa ma quello sereno e rigoglioso dell’Europa mediterranea. Nei versi iniziali del componimento, Wilde sottolinea il fatto che tutti gli esseri umani si risolvono in un’unica aria suprema e sono resi un tutt’uno con ciò che vedono e toccano. In base alla concezione filosofica del poeta, la Natura detiene un grande potere grazie al quale sussume tutte le forme viventi e gli elementi per poi riciclarli in diversi modi. Ancora la Natura ha un’anima cosmica che lega tutte le vite e tutti gli elementi : noi in realtà siamo parte del grande Tutto universale e attraverso tutti gli eoni (unità geocronologica in cui sono suddivise le ere) ci combiniamo con l’Anima Cosmica. A mio avviso, anche il verso conclusivo l’Universo stesso sarà la nostra immortalità ha delle implicazioni panteistiche, dal momento che immortale è l’entità divina così come lo Spirito.

Dopo aver concluso la panoramica sui poeti inglesi, ora accennerò brevemente, in questa parte conclusiva dell’articolo, alle visioni panteiste del famoso poeta e scrittore tedesco Johann Wolfgang von Goethe (1749 – 1832) e del poeta americano (1819 – 1892). A partire da Goethe ecco alcune citazioni essenziali in cui si può facilmente individuare un’ideologia panteista in questi tre passaggi rispettivamente tratti dalle Conversazioni con Eckermann, Gedichte I 357 e Gedichte I 367 :

Un uccello e il suo piccolo erano stati catturati, ed Eckermann era

affascinato all’idea di vedere che l’uccello andò a nutrire il suo piccolo dentro la sua casa.

Se tu credessi in Dio, non saresti sorpreso. Se Dio non

ispirasse l’uccello con il suo potente istinto verso il suo piccolo,

e lo stesso non pervadesse ogni cosa vivente nella natura,

il mondo non potrebbe esistere! Ma il potere divino è diffuso

dappertutto e l’amore eterno è attivo in ogni dove.

 

Quale tipo di Dio spingerebbe il mondo solo dall’esterno

lasciando ruotare il mondo intorno al suo dito?

Egli ama guidare il mondo dall’interno

Ed ospita il mondo in sé e se stesso nel mondo,

quindi tutto ciò che vive, si muove ed è in Lui

non aspira al suo potere o il suo spirito.

 

Se l’occhio non fosse come il Sole,

come potrebbe notarlo?

Se lo stesso potere di Dio non risiedesse dentro di noi,

come potrebbe la divinità compiacerci?

 

Ecco i versi che non lasciano alcun dubbio sul credo panteistico del poeta statunitense Whitman :

 

Io sento e intravedo Dio in ogni oggetto,

Perché dovrei desiderare di vedere Dio meglio di quanto non lo veda oggi?

Io vedo Dio in ogni ora delle ventiquattro,

e in ogni momento,

Nei volti degli uomini e delle donne io vedo Dio, e nel mio stesso volto riflesso allo specchio,

Io trovo lettere inviate da Dio gettate nelle strade e ognuna di esse

reca la firma di Dio,

E io le lascio laddove si trovano, perché so che altri puntualmente

verranno per sempre e in eterno.


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