Il giovane Aroldo l’alter ego di Lord Byron 
Il pellegrinaggio del giovane Aroldo è forse la lirica più intensa e conosciuta composta da un giovane virtuoso della parola: Lord George Gordon Byron.
È la storia di un mitico viaggio alla ricerca del senso della vita compiuto da due giovani dandy fannulloni e sconclusionati.
Due esempi di aristocratici dell’Inghilterra Vittoriana che vivono un’esistenza sbiadita e colarata di nostalgico spleen.
Non conoscono affatto il senso dell’abnegazione ad ogni costo e della autoaffermazione attraverso la piena consapevolezza di sè.
Sono due zecche della società che pensano che grazie al loro status sociale possono permettersi il lusso di annullarsi completamente nell’imbecillità più bieca.
Il pellegrinaggio del giovane Aroldo diventa il simbolo non solo di un viaggio fisico e geografico; ma soprattutto la malinconica rincorsa verso il più profondo ricongiungimento con la propria interiorità nel bene e nel male.
Un viaggio che l’eroe disegnato da Byron compie trascinandosi addosso una sorta di nostalgia cronica.
Una nostalgia che dipende dal fatto che questo individuo è eroe sommesso costantemente preso a calci delle cattiverie della quotidianità.
Un poveraccio qualunque che cerca di resistere ad ogni costo con I denti e le unghie.
Eppure les jeux sont faits!
Ma lui non ha affatto gli attributi per dominare il fato.
Resterà sempre ai bordi della vita sempre in bilico sull’orlo del precipizio.
L’eroe di Lord Byron il giovane Aroldo è un essere strano pervaso dalla dicotomia del proprio io.
Da una parte è un essere garbato; gentile ed affabile verso il mondo esterno.
Dall’altra è un burbero arrogante e scostante che se la prende con se stesso e con lo sfigato di turno.
La dicotomia del personaggio di questa lirica può essere vista come diretta conseguenza della produzione ante Byron quella di William Blake.
Infatti il Blake dipinge l’essere umano come una creatura che si destreggia tra bontà e cattiveria.
Quando si trova nell’età dell’innocenza agisce nel bene mentre quando passa nell’età dell’esperienza diventa freddo cinco e crudele.





