La nascita del Charleston

Un ballo che rompe gli schemi

Il Charleston è un ballo di derivazione jazzistica di andamento veloce e brillante.

Divenne popolare negli Stati Uniti nel 1923 grazie alla canzone “The Charleston” di James P. Johnson e poi si diffuse (tra il 1925 e il 1927) in tutta Europa.

Deve il suo nome alla città di Charleston, nel Sud Carolina.

È senza dubbio il ballo più brioso, gaio e scoppiettante dell’epoca moderna, ha un ritmo sincopato in 4/4. Per la sua struttura, si stacca nettamente da tutti gli altri balli, possedendo una personalità inconfondibile e inimitabile.

Fanno da sfondo città americane (come New York) ai tempi del proibizionismo.

Gli anni ‘20, infatti, erano quelli di Al Capone, delle sparatorie tra gangster e dei fumosi club dove spesso qualcuno moriva; ma erano anche gli anni dell’old jazz, dello swing, delle donne con il caschetto ed i cappellini a cloche, dei primi abiti corti, con la vita bassa e la gonna plissettata, delle grosse Ford dalle quali scendevano le ingioiellate signore che si recavano a ballare.

Tra i balli di derivazione jazzistica in voga in quel periodo, il charleston era il più scatenato (seguito poi dal tip tap che si sarebbe esteso al grande pubblico solo a partire dagli anni ‘30): i movimenti che lo caratterizzavano erano così frenetici e la musica d’accompagnamento così sfrenata che qualcuno malignamente arrivò a definirlo “il ballo degli epilettici”.

Infatti la carica improvvisa della musica jazz, unita all’eccentricità dei passi, che designava la liberazione dagli schemi precedenti in nome di una nuova spontaneità, probabilmente ai più scettici dovette sembrare una sorta di delirio collettivo. Non potevano certo immaginare che il charleston era solo il punto di partenza di un’evoluzione del ballo (o meglio di una rivoluzione) che, nata dall’incontro con la musica afro-americana, avrebbe generato nell’arco di qualche decennio fenomeni quali il boogie woogie e il rock’n’roll.

Il charleston, infranse tutte le regole dei balli da sala di provenienza europea.

Il suo passo consisteva nel gettare all’esterno le gambe con le punte dei piedi rivolte verso l’interno cercando di mantenere le ginocchia unite.

Seguivano poi degli sgambettamenti velocissimi, contorsioni, salti, calci e tutto ciò che suggeriva il ritmo fortemente sincopato e swingato della musica jazz, sottolineato dal suono di un nuovo strumento a percussione annesso alla grancassa.

Questo era  il charleston appunto (costituito da due piatti di metallo posti uno sopra l’altro).

Sembra che i primi a ballare una forma di charleston fossero stati gli scaricatori neri del porto dell’omonima città statunitense; si ispiravano ai movimenti che solitamente eseguivano per caricare o scaricare le merci dalle navi.

E’ possibile però, che questo modo di ballare avesse origini molto più lontane: infatti si riconducono i movimenti di base alle danze propiziatorie di alcune tribù africane.

Il charleston può essere ballato singolarmente da entrambe i sessi, solo charleston, con passi molto netti e veloci; o charleston di coppia, che segue ritmi rapidi e frenetici. La versione originale, principalmente ballata dalle donne, è molto scattante quasi convulsiva.

Alcune performance sono state eseguite nei teatri di Broadway: il primo a portare il nuovo ballo dalle banchine del porto di Charleston ai teatri di mezza America fu l’impresario George White, che nel 1923 lo inserì nel programma della rivista musicale Runnin’ Wild.

Lo spettacolo, interpretato da una compagnia di artisti neri, fu presentato a Broadway e da lì fece il giro di tutte le città del Sud degli Stati Uniti. Il charleston, eseguito dai cantanti-ballerini del gruppo di White, non prevedeva alcun accompagnamento musicale: la scansione ritmica era data dal battito delle mani e da quello dei piedi sul pavimento.

Durante lo stesso anno Ned Wayburn, direttore artistico della compagnia di Florenz Ziegfeld, introdusse un numero di charleston in Follies 1923, in scena al New Amsterdam Theatre di New York. Sulla scia del successo di questi primi esperimenti altri coreografi lo inserirono nei loro spettacoli musicali e nel giro di pochi mesi il charleston raggiunse anche le sale da ballo, in una versione molto più semplificata poiché solo i professionisti erano in grado di eseguire i salti, i lanci di gambe e le acrobazie che caratterizzavano le coreografie teatrali. Ma, nonostante la rielaborazione dei passi ad opera degli insegnanti e il mix con il two step e il fox trot, lo stile rimase invariato.

I poli d’irradiazione del nuovo ballo in tutti gli Stati Uniti furono Chicago e New York. New York ospitava i più esclusivi locali riservati alla clientela bianca.

Nel cuore di Harlem si trovavano le elegantissime sale da ballo del Connie’s Inn, del Savoy Ballroom e del leggendario Cotton Club, da cui ne è tratto anche l’omonimo film di Francis Ford Coppola, il cui snodarsi delle vicende è scandito dal ritmo del tip tap e del charleston. Il locale era stato rilevato nel 1922 da Owney Madden, un gangster appena uscito dal carcere, che l’aveva trasformato in un raffinato cabaret. Furono molti i gangster, come Madden, che videro nel talento dei musicisti neri una fonte di ricchezza. Gli artisti che si esibivano al Cotton Club erano tutti di colore. La prima rivista musicale fu messa in scena nel ‘22 ma il locale cominciò a diventare famoso a partire dal ‘25.

Il 1925 fu anche l’anno della diffusione del charleston in Europa. La canzone “Yes sir! That’s my baby”, che allegava al disco i passi e le figure del ballo, fece il giro del mondo; la versione italiana scatenò una tale frenesia che il Ministero della Guerra vietò agli ufficiali di ballarlo perché inconciliabile con il comportamento dignitoso imposto dalla divisa.

A Parigi la “charleston mania” fu portata dalla Revue Negre di N. Sissle, in scena al Théâtre des Champs-Eliséees: nel ruolo di solisti si esibivano Louis DouglasJoséphine Baker, ormai soprannominata “La Venere Nera” per la sua esotica bellezza e per la grande sensualità che emanava. Aggressiva, trasgressiva e al tempo stesso raffinata, ballava e cantava a ritmo di “Yes, We Have no Banana” con addosso soltanto un gonnellino di banane.

Dopo l’esplosione del charleston a Parigi fu la volta dell’Inghilterra. Nel luglio 1925 il Dancing Times organizzò un “tè danzante” allo scopo di insegnare ai maestri inglesi la tecnica del nuovo ballo. Il riscontro con il pubblico apparve travolgente: gli inglesi furono colti da una frenesia anche maggiore dei parigini. Si ballava per le strade e nelle piazze, spesso provocando ingorghi di traffico; a Londra, nella nota Piccadilly Circus, poteva persino capitare di assistere ad esibizioni improvvisate sui tetti delle auto. Il ritmo era quello di “I’d Rather Charleston” del pianista George Gershwin, cantato e ballato dai fratelli Fred e Adele Astaire, il pezzo più in voga allora. Quando, appeso all’ingresso di molte sale da ballo pubbliche, cominciò a comparire un cartello con la sigla P.C.Q. (Please Charleston Quite), nacque il flat charleston, una versione molto più tranquilla.

A scagliarsi violentemente contro il nuovo ballo erano in molti. Il Daily Mail arrivò persino a definirlo “una reminiscenza dei riti orgiastici dei neri”. Da un lato c’erano i soliti benpensanti che lo condannavano per motivi di pubblica decenza ritenendolo volgare e degenerato; dall’altro c’era chi, avendo a cuore la salute pubblica, fisica e “mentale” dei propri concittadini, lo denunciava in quanto pericoloso per le articolazioni a causa della innaturale posizione del corpo che imponeva ai ballerini. Tuttavia la tentazione di ballare il charleston doveva essere così irresistibile che, tra smettere di ballarlo o prendere qualche precauzione, prevalse la seconda. Alcune foto dell’epoca mostrano infatti le ballerine di charleston che, sotto il classico vestitino di lamé, indossavano pesanti ginocchiere.

Tra le ballerine indimenticabili ricordiamo inoltre Joan Crawford e Ginger Rogers, entrambe vincitrici di numerose gare di charleston.

Con l’arrivo degli anni ‘30, la nascita di altri balli e l’evoluzione della musica, il charleston ha assunto movimenti diversi, più morbidi e meno scattosi. Ryan Francois afferma che “Il Charleston successivo agli anni ‘20 non si può definire charleston ma deve essere chiamato lindy hop”.


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