Filosofia del linguaggio 2.0

Ribellione al semplicismo, ode alla complessità

In un’epoca in cui assistiamo, disgustati, all’imbarbarimento sempre più inesorabile delle idee, allo stupro della lingua, all’abbassamento dei livelli minimi dell’espressione corretta, sembra doveroso approfondire il campo della del .

Qualche questione

La filosofia del linguaggio è la disciplina che si occupa, oltre che del linguaggio in genere, delle relazioni (qualora ve ne siano) tra , linguaggio e realtà. Una prima opposizione si ha sin dall’origine del linguaggio: ha natura convenzionale o naturale? Scaturisce necessariamente dalla realtà, o è una convenzione, un prodotto umano, uno strumento gnoseologico?  Altra divisione la si riscontra nel suo apprendimento: è innato, quasi essenza della mente umana, condizione incondizionata del pensiero, oppure si apprende come puro strumento di comprensione e comunicazione? Altro fondamentale problema, su cui mi concentrerò particolarmente, riguarda la relazione con il pensiero.

Linguaggio e pensiero

Il rapporto linguaggio-pensiero è un tema secolare della filosofia del linguaggio. Una corrente sostiene la totale indipendenza, logica e talvolta persino ontologica, del pensiero. Gottlob , riprendendo uno spunto leibniziano, teorizza una lingua che sia in grado di esprimere direttamente il pensiero (detta ideografia), che risulta quindi universalmente comprensibile. L’evidente presupposto di questa characteristica universalis è la completa autonomia logica ed ontologica del pensiero: il pensiero non dipende dalla lingua in cui viene espresso, e opinione ben più forte, non ha bisogno di essere pensato da qualcuno per esistere. La filosofia di Frege si ispira chiaramente alle idee platoniche, entità sovrannaturali autonome presenti nell’iperuranio.

Dall’altra parte si pongono i filosofi per i quali pensiero e linguaggio sono strettamente connessi, fino ad essere quasi interdipendenti. La tesi di fondo è che i pensieri siano strutture umane, non autonome né logicamente né ontologicamente, ma prodotte dall’intelletto sulla base di un linguaggio. Il linguaggio diventa così conditio sine qua non del pensiero e viceversa, in un meraviglioso (parere personale) serpente che si morde la coda. Non è possibile pensare senza linguaggio, così come senza pensiero è impossibile parlare. Se si sposa questa tesi, oltre ad elevare la parola a dignità di pensiero, che deve la sua vita e permanenza al linguaggio, si collega lo sviluppo del linguaggio allo sviluppo del pensiero.

Filosofia del linguaggio oggi

Stabilendo l’interdipendenza di pensiero e linguaggio, si può arrivare a pensare che, oltre a doversi la vita l’un l’altro, progrediscano e regrediscano consequenzialmente. E qui al senso della filosofia del linguaggio oggi. Assistiamo ad uno scadimento generale della lingua, per alcuni semplificazione (secondo la pericolosa equazione per cui più semplice = migliore). Tempi verbali che muoiono (a volte interi modi!), parole che suonano latinismi arcaici, magari usate fino a cinquant’anni fa. Frase breve. Punto. Altra frase breve. Altro punto. Una concisione tutta British, perfetta per il pensiero orridamente semplicistico e per lo schematismo ossessivo della tecnologia, in cui se sfori i 140 caratteri paghi doppio (non me ne vogliate se non sono 140, il concetto resta lo stesso con qualsiasi numero: è impensabile imporre un limite economico all’espressione).

Allora riduciamo, semplifichiamo, tagliamo brandelli di lingua. X, xke, cmq. Dietro questo rivoluzionario bisogno di semplicità si nasconde il più animalesco degli intenti (forse inconscio): una regressione ad infinitum.

Linguaggio scarno = pensiero scarno. Questa, di equazione, è valida eccome. La disarticolazione del linguaggio implica disarticolazione del pensiero. Disarticolazione del pensiero implica dogmatismo. Neodogmatismo. Certezze indubitabili, apprese tramite ascetiche fatture di banalità, comunicate tramite slogan. Interroghiamoci, ora, sulla funzione prima dello slogan.

Ode al verbo e al congiuntivo

Recita la Treccani, sotto la voce slogan: “Breve frase, incisiva e sintetica, per lo più coniata a fini pubblicitari o di propaganda politica, che, per ottenere un effetto immediato ed essere facilmente memorizzabile, si avvale spesso di accorgimenti ritmici, della rima […]”. Lo slogan mira all’immediatezza. Al pensiero preconfezionato, in confezioni da 6 a soli 5.99 euro. Brevità implica incisività, l’aveva capito già Seneca. Non banalità, non mero utilitarismo. Per assolvere ai suoi sporchi compiti, lo slogan si avvale spessissimo di frasi nominali, ellittiche del verbo. Il verbo. Dal latino verbum, parola. Il verbo è parola per eccellenza. Espressione dell’azione in tutte le sue sfaccettature, dall’oggettività netta (indicativo) alla soggettività sfumata (congiuntivo). L’omissione del verbo (o delle sue sfumature, come vedremo) è omissione di sfumatura e di soggettività. Di qui al neodogmatismo di cui sopra.

Anche l’uso immoderato dell’indicativo, invece di un congiuntivo visto come elitario, propende per il dogmatismo. Il congiuntivo è, per eccellenza e per derivazione latina, il modo della soggettività, della sfumatura, delle tonalità di grigio, delle opinioni, della libertà. Il congiuntivo è democratico. Lascia spazio a tutti, si avvale nella sua stessa essenza del “secondo me”. Penso che tu sei… è ben diverso dal Penso che tu sia… (oltre ad essere errato). Quel meraviglioso sia sottolinea il penso e lo rafforza nella sua soggettività. Quel brutale sei dà una carica di volgare oggettività ad un pensiero, un’opinione, finendo per svilire e vanificare il penso. Si risolve in una maniacale affermazione di sé con la forza bruta, quando non si è più in grado di argomentare. Il rigetto del congiuntivo è rigetto del grigio, in favore del bianco, oppure inesorabilmente in favore del nero.

Volutamente questo articolo risulterà difficile. Boicottiamo la semplificazione. Torniamo al pensiero complesso, articolato, consequenziale, logico. Non avvaliamoci di slogan, ma spieghiamo, argomentiamo, discutiamo, dialoghiamo. Esprimiamo il pensiero complesso con il discorso complesso, dove complesso non stia per fumoso, ma per articolato e strutturato. Solo così usciremo dalla melma informe del qualunque, per tornare esseri criticamente pensanti.


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