Il fiore azzurro di Novalis : la centralità della poesia nel processo iniziatico verso l’irrangiungibile

Novalis
Friedrich Von Hardenberg ()

Novalis, pseudonimo di Friedrich von Hardenberg (1772 – 1801), è uno dei personaggi più rappresentativi non solo del Romanticismo tedesco ma di tutta la letteratura tedesca. Alle scuole superiori, ho avuto la possibilità di accedere ai testi di questo scrittore nella sua lingua originale, scoprendone elementi veramente originali e interessanti dal punto di vista filosofico, come avrò modo di dimostrare in questo articolo. In Novalis convergono i leitmotifs principali del Romanticismo come la natura, l’amore, l’infinito e soprattutto la centralità del linguaggio poetico.

La sua opera più significativa è dal mio punto di vista “ ()”, in italiano “Il ()”. Questo romanzo può qualificarsi precisamente come un “Bildungsroman”, cioè un romanzo di formazione, dal momento che il suo senso ultimo è la ricerca di una forma di esistenza perfetta, in seguito ad un percorso iniziatico tortuoso e difficile, da parte del protagonista. In questo romanzo frammentario e rimasto incompiuto, vi è la glorificazione della poesia della vita che rappresenta il viatico verso la saggezza totale. Questo messaggio viene puntualmente trasmesso da Novalis sottoforma di racconto simbolico, ambientato nell’alto Medioevo, che racchiude la vita di un poeta ideale.

All’inizio del suo percorso iniziatico, il protagonista Enrico incontra uno straniero che gli parla di un fiore azzurro. Quando quest’ultimo gli compare in sogno e si trasforma nel viso di una fanciulla, Enrico comprende l’obiettivo fondamentale della sua esistenza che è quello di scoprire ed ottenere la perfezione e la conoscenza ultima attraverso il linguaggio poetico. Nel primo capitolo, il padre rimprovera Enrico per il fatto di aver dormito troppo. Ma è nello scontro tra i due riguardo la natura del sogno che si pone un importante nucleo tematico : la dicotomia tra l’immaginazione romantica e la ragione illuministica, incarnate rispettivamente da Enrico e da suo padre. Quest’ultimo infatti si contrappone in modo deciso e ferreo ad ogni forma di sogno e intende mettere in guarda il figlio sulla natura dei sogni che non sono altro che menzogne, dal suo punto di vista. Si può dunque affermare che Novalis presenta questi due personaggi proprio per attestare il fatto che in realtà i sogni sono portatori di verità fondamentali, opponendosi a Cartesio e agli illuministi che interpretavano la ragione come quello strumento di rigore in grado di liberare l’uomo dai sogni e dalle fantasticherie metafisiche. In particolare nel romanzo, Enrico afferma che il sogno non è menzogna ma un dono divino, una “difesa contro la regolarità e la mediocrità della vita” ed intende far comprendere al padre il fatto che i sogni possono incrementare la conoscenza di noi stessi.

Quando Enrico giunge ad Augusta, accompagnato dalla madre (personificazione della fantasia), si reca alla casa del nonno dove è in corso una festa. Ed è in questa occasione che incontra il poeta Klingsohr e sua figlia Matilde, nel cui volto riconosce la fanciulla che gli era apparsa in sogno : il primo gli fa comprendere l’essenza della poesia, caratterizzata dalla compresenza di entusiasmo e criticità, mentre la seconda quella dell’amore. In questo passaggio, il sogno premonitore non fa altro che confermare la natura veritiera dei sogni : nel sogno infatti il fiore si trasforma in fanciulla e nella realtà quest’ultima è proprio Matilde. In seguito Enrico avrà un altro sogno premonitore che presagirà la morte della stessa Matilde. La seconda parte del romanzo è incompiuta ma è ricostruibile tramite gli appunti dello scrittore. In base agli appunti, dopo l’incontro con Matilde, Enrico prende parte ad una gara di cantori e, una volta incoronato poeta, può finalmente liberare il mondo dai suoi stereotipi e dalle sue regole prestabilite dal tempo e dallo spazio.

Nel “Fiore azzurro”, la straordinarietà e la fantasia prendono il posto dell’utile e dell’ordinario. È come se Novalis identificasse nei sogni, nell’immaginazione e nel modo immaginifico di vedere le cose e stabilire relazioni tra esse, la verità fondamentale. In qualche modo, questo modo di ragionare riecheggia Martin , per il quale la ricerca dell’utile e il prendersi cura delle cose, affannandosi al loro possesso, è parte stessa dell’esistenza inautentica. Il filosofo tedesco puntualizza come il linguaggio poetico si contrapponga proprio all’utilizzo strumentalitisco del linguaggio, essendo quello che meglio qualifica l’essenza stessa del linguaggio. insiste sul fatto che i poeti siano i veri portatori di civiltà e cultura, in quanto attribuiscono a un popolo la sua identità attraverso usanze e costumi. Quindi la poesia si erge a forza creatrice di cultura e civiltà e su queste basi non può assolutamente occupare un ruolo secondario per l’essere umano, riducendosi a semplice ornamento ma rappresenta “il fondamento che regge la storia”. Esiste un poeta tedesco in particolare che ha ispirato profondamente sul tema della poesia : Friedrich . Secondo l’analisi di Stephan Zweig nella sua opera “La lotta col demone”: “nessun poeta tedesco ha creduto mai come Hölderlin nella poesia e nella divina origine di essa, nessuno ne ha difeso con tanto fanatismo l’incondizionatezza, l’incontaminatezza da ogni cosa terrena. La poesia è per Hölderlin il senso della vita e colma l’abisso che c’è tra il sopra e il sotto dello spirito, fra gli dei e gli uomini”.

Oltre ad Heidegger e Hörderlin, anche il filosofo italiano sottolinea l’importanza della poesia, ricorrendo alla nozione di “sapienza poetica”, contrapponendola alla concezione puramente razionalistica cartesiana. La concezione heideggeriana della poesia come forza creatrice era stata già affermata in realtà da Vico, il quale distingueva tre epoche : quella degli dei, degli eroi e degli uomini. Le prime due epoche hanno in comune come elemento base propria la poesia, da intendersi esattamente in base al suo significato etimologico come fare, creare (dal greco poieìn). Attraverso la poesia, i popoli primitivi hanno creato costumi, idee e usanze riuscendo a costruire una civiltà. A questo punto l’accostamento ad Heidegger diviene evidente. La poesia degli antichi è proprio la sapienza poetica che si contrappone al pensiero logico razionale. Se quest’ultimo si basa su concetti universali, il linguaggio poetico si fonda su universali fantastici : ad esempio Achille è l’universale del coraggio, Ulisse quello della prudenza. Per Vico l’universale fantastico è superiore a quello della realtà fisica e questa superiorità è anche cronologica, dal momento che gli uomini primitivi si esprimevano con il linguaggio poetico, attraverso cioè gli universali fantastici, e non con quello prosaico.

Come Vico, anche Novalis fa emergere la dicotomia tra linguaggio poetico e prosaico, sottolineando il primato del primo sul secondo. L’utilitaristico, l’ordinario e il prosaico divengono aspetti che qualificano la regolarità e la determinatezza della vita mentre è proprio l’indeterminatezza e la novità del linguaggio poetico ciò che interessa a Novalis. Così come per Schlegel, anche per Novalis la dicotomia prosa – poesia si risolve in opposizione tra finito e infinito, utilità e disinteressamento e ancora tra determinato e indeterminato, solito ed insolito, omogeneo ed eterogeneo.

La poesia novalisiana è essa stessa infinito e rappresenta un Uno tutto che è un principio che va al di là del mondo terreno. In ciò Novalis si accosta al neoplatonismo cristiano di . Come per quest’ultimo, anche per Novalis l’Uno è immanente e al tempo stesso trascendente, nel senso che si trova in tutte le cose ma al tempo stesso non è da nessuna parte. , in particolare, per chiarire questo concetto, ricorre all’immagine della sorgente la quale diventa fiume senza però cessare di essere sorgente, e all’immagine della radice che produce l’albero restando però radice. In , Novalis recupera l’idea del finito come male metafisico contrapposto all’infinito che metafisicamente si qualifica come Bene. Da questa dicotomia metafisica ne scaturisce quella morale tra odio e amore, tra discordia e concordia. Novalis riprende da Platone due modi di relazionarsi tra le cose e le idee : in particolare il rapporto di metessi e quello di mimesi. Anche per Novalis infatti le cose partecipano delle idee, in quanto quest’ultime ne rappresentano le essenze senza risolversi nelle cose stesse; al tempo stesso il mondo finito è copia o simulacro dell’infinito, così come per Platone le cose erano concepite come copie delle idee. Se per Novalis l’infinito è la Poesia, il mondo terreno in quanto sua copia è “poetico”. Novalis rivendica l’esigenza di una poetizzazione del mondo, cioè di ricrearlo dal punto di vista immaginifico e al tempo stesso considerarlo come disegno divino. Nel senso novalisiano, poetizzare significa potenziare qualitativamente il mondo terreno, conferire all’abituale un aspetto misterioso e al finito un’apparenza infinita.

Il fiore azzurro è un simbolo chiave del Romanticismo ed è strettamente collegato alla nozione romantica di Sensucht, il desiderio ardente, lo struggimento per qualcosa che non si può raggiungere. In un certo senso, esso è il simbolo di qualcosa che non si può comprendere in modo razionale. In particolare, nel romanzo di Novalis, il fiore azzurro, oltre a racchiudere questo significato fondamentale, è anche il simbolo dell’amore ed esso si distingue in mezzo agli altri fiori per il fatto di essere azzurro. Il fiore azzurro è anche la metafora del raggiungimento della perfezione che viene conseguita attraverso la ricerca e lo spirito di iniziativa, senza aspettare gli eventi. Dal momento che il fiore è collocato nell’Eden, raggiungerlo, cioè raggiungere la perfezione, significa tornare alle origini, cioè allo stato primordiale. Per Novalis, la fantasia e il sogno hanno un ruolo centrale nella vita umana dal momento che liberano l’essere umano dall’ordinarietà, la monotonia e l’angustia del quotidiano.


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