L’approccio filosofico al mondo di Arthur Schopenhauer

Arthur Schopenhauer (1788 - 1860)
(1788 – 1860)

La vita è come un pendolo che oscilla incessantemente tra noia e dolore” : non esiste migliore affermazione di questa per sintetizzare il pensiero del filosofo di Danzica Arthur Schopenhauer (1788 – 1860). In questo articolo, mi propongo essenzialmente di enucleare dal suo sistema di pensiero alcuni elementi base che meritano di essere approfonditi.

L’opera fondamentale di Schopenhauer è (Il mondo come e rappresentazione), un libro straordinario che lo stesso filosofo Friedrich Nietzsche (1844 – 1900) avrebbe apprezzato e ammirato nel periodo giovanile della sua produzione filosofica. L’opera si basa sul concetto che il mondo, comprendente anche l’uomo, è espressione di un’irrefrenabile volontà di vivere che ci spinge ad agire, comportando dolore e sofferenza. Il titolo dell’opera pone una distinzione netta tra questa Volontà di vivere (Wille zum Leben) e il mondo delle apparenze che non sono altro che una rappresentazione della Volontà. Quest’ultima assurge a principio di tutto e ne rappresenta l’essenza, costituendo ciò che kantianamente si intende per cosa in sé o ; di conseguenza tutte le rappresentazioni della volontà che appartengono al mondo sensibile sono intese come fenomeni. Per inciso, nella filosofia kantiana, per si intende ciò che appartiene all’esperienza sensibile umana, accessibile attraverso i cinque sensi e che definisce il perimetro della conoscenza umana, mentre per noumeno si intende la cosiddetta cosa in sé, ciò che va al di là della nostra esperienza sensibile, la cui conoscenza si limita alla sua esistenza. Senza entrare nel dettaglio di questa distinzione, ciò che ora è importante è definire più precisamente la concezione schopenhaueriana di fenomeno e noumeno, ad iniziare dal fenomeno. Quest’ultimo assume nel filosofo di Danzica una sfumatura particolare assente nella filosofia kantiana. Il fenomeno diviene , parvenza, illusione, sogno, ciò che non ci consente di vedere la verità. Ed è lo stesso filosofo a chiarire questa particolare nozione, prendendo spunto da una citazione tratta dai testi dei Veda e dei Purana : “è Maya, il velo ingannatore, che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra che egli prende per un serpente”.

Come già anticipato, il noumeno in Schopenhauer è la Volontà di Vivere che è ciò che si nasconde sotto il velo di Maya e che diviene accessibile all’essere umano, nella misura in cui quest’ultimo concepisce se stesso non solo come conoscenza e rappresentazione ma anche come corporeità. Infatti attraverso l’analisi di quest’ultima, l’essere umano scopre ciò che vive nel profondo del suo io e ciò a cui perviene è la volontà di vivere che non solo rappresenta la concezione noumenica schopenhaueriana ma costituisce il nocciolo intimo presente in ogni essere naturale e che raggiunge nell’essere umano il pieno grado di consapevolezza. Così come il concetto di essenza e autenticità sovraesperienziale si applica alla Sostanza per Spinoza (increata, eterna infinita ed unica), all’Essere per Parmenide (ingenerato e imperituro, eterno, immutabile e immobile, unico, omogeneo e finito) e all’Iperuranio per Platone (imperituro, immutabile, eterno, perfetto e multiplo), qualificandosi in modi trasversalmente analoghi, anche l’idea di essenza che è insita nella Volontà di Schopenhauer presenta per certi versi caratteristiche simili (inconscia, eterna, unica ed incausata). Preliminarmente, sottolineo come la Volontà si oggettivi in archetipi assoluti aspaziali e atemporali che lo stesso filosofo definisce idee, così come una seconda oggettivazione si realizza in tutti gli esseri viventi. Andiamo ora a sondare le caratteristiche distintive della Volontà di Vivere. Innanzitutto, la Volontà non presenta le forme a priori proprie del mondo fenomenico, come spazio, tempo e causalità e quindi le sue caratteristiche prendono forma a partire da questa constatazione. La Volontà è quindi inconscia dal momento che, nel senso schopenhaueriano, si qualifica come energia e impulso e ciò giustifica la sua presenza anche nella materia inorganica e negli esseri vegetali. In particolare, dal momento che essa è atemporale ne conseguono due caratteristiche essenziali : è unica poiché non è soggetta al mutamento e di conseguenza non può darsi una successione dei molteplici; andando al di là del tempo, essa è eterna, non avendo né inizio né fine; infine la Volontà è incausata, poiché si presenta come una forza libera e cieca, senza alcun fine. Ciò rivela inevitabilmente l’insensatezza del mondo, in cui miliardi di esseri si trovano costretti a vivere e a continuare a vivere senza nessuna meta e fine ben preciso.

Una volta individuato il principio assoluto che è alla base del pensiero di Schopenhauer, cioè la Volontà, andiamo ora ad analizzare come ciò si traduce in termini più concreti. A questo punto, richiamando la citazione iniziale dell’articolo, è necessario chiarire il perché il filosofo di Danzica interpreti la vita come un . Per fare questo, procediamo per gradi, iniziando a spiegare la nozione di dolore. Quest’ultimo scaturisce essenzialmente dal fatto che volere significa desiderare e quest’ultimo atto implica un’assenza che deve essere colmata. Per ogni desiderio appagato ne esistono altri ancora da realizzare e ciò porta l’essere umano ad essere perennemente condannato a desiderare e bramare qualcosa e di conseguenza a soffrire all’infinito, condannato cioè all’infelicità eterna. Di fronte a questa interpretazione della realtà, il piacere si presenta come cessazione del dolore, un momento fugace durante il quale l’individuo si sottrae al perdurare inesorabile del dolore. Il piacere infatti nasce da un precedente stato di tensione e sofferenza, come il godimento dell’acqua che scaturisce dalla sofferenza della sete. Allo stesso tempo Schopenhauer spiega come il dolore non possa essere mai cessazione di piacere. Infatti possiamo esperire vari dolori, ma questi giammai sono determinati da uno stato precedente di piacere. Ciò si spiega con il fatto che il dolore è una condizione perdurante mentre il piacere è solo un’interruzione del dolore. L’altra componente che definisce la vita umana è la noia che subentra quando il desiderio è ormai appagato o è assente lo stimolo di fare qualcosa; essa è una sorta di vuoto che corrisponde ad una nuova forma di infelicità. Dal momento che la Volontà, come già detto, pervade ogni creatura vivente, ne consegue che il dolore è la base comune in tutte le forme viventi. C’è da rilevare al contempo che la sofferenza assume nell’essere umano un peso maggiore e ciò si deve principalmente al fatto che egli avverte l’impulso del desiderio in maniera maggiore rispetto alle altre creature. Ciò conduce inevitabilmente alla postulazione di una forma di pessimismo cosmico, secondo il quale tutto è dolore e che richiama per certi versi l’impostazione filosofica leopardiana.

Nonostante la filosofia di Schopenhauer si fondi su delle basi pessimistiche, essa individua delle vie di liberazione dal dolore che consentono all’individuo di sottrarsi alla morsa della Volontà. Una di esse è l’arte che assolve una funzione catartica liberando l’essere umano dalla Volontà e quindi dal dolore che scaturisce dal desiderio. L’arte consiste propriamente nella contemplazione disinteressata delle idee, cioè dei modelli eterni delle cose, distinguendosi dalla conoscenza e dalla scienza che sono strettamente condizionate dalle forme a priori della Volontà, cioè lo spazio e il tempo. Schopenhauer individua nelle varie arti altrettanti manifestazioni della Volontà. Tra di esse un ruolo di primo piano viene occupato dalla musica che risulta l’arte più profonda e universale, permettendoci di carpire le radici del nostro io. Tuttavia, il filosofo spiega come l’arte abbia l’effetto di un incantesimo temporaneo e parziale che non rappresenta la più efficace delle vie di liberazione dal dolore.

Oltre all’arte, Schopenhauer individua nella morale una possibile via di fuga dal dolore. A differenza di quanto espresso da (1724 – 1804) nella , laddove la morale è dettata da un imperativo categorico imposto dalla ragione, nella morale schopenhaueriana emerge il concetto di pietà o compassione per le sofferenze del prossimo. In altre parole, attraverso la compartecipazione delle sofferenze altrui, avvertiamo come nostro il dolore degli altri. Ed è così che si forma la morale e ciò si rivela funzionale all’assolvimento della liberazione dal nostro stesso dolore. Tra l’altro, questa idea è espressa in maniera brillante nei Testi Upanishad nella formula Tat Twam asi  तत्त्वमसि (“tu sei quello” o “questo vivente sei tu”), che io interpreterei in questo modo : l’autenticità e verità del nostro io la carpiamo soltanto vivendo ciò che gli altri vivono dentro. Analizzando l’espressione in lingua devaganari si notano sfumature interessanti di questo aspetto. L’interpretazione originale di tale espressione sarebbe : “l’io, nella sua originaria forma primordiale, è totalmente o parzialmente identificabile con la Realtà Ultima che è la base di tutti i fenomeni”. La morale in Schopenhauer si esplicita sotto forma di due virtù cardinali, la giustizia e la carità : la prima consiste nel non fare del male e nel limitare l’egoismo, configurandosi semplicemente come privazione del male mentre la carità consiste nel fare del bene al prossimo e si identifica con la vera forma di amore (agape) contrapposta all’eros che invece è un falso amore, fondandosi sull’egoismo e l’interesse.

Nonostante la morale schopenhaueriana liberi l’essere umano dalle catene dell’egoismo e dell’ingiustizia, la liberazione totale dalla Volontà di vivere si attua solo mediante l’ascesi. Quest’ultima consiste nella negazione totale del desiderio di esistere e godere (la ) che si esplicita attraverso la castità, l’umiltà, il digiuno, la povertà e il sacrificio. L’esperienza dell’ascesi conduce l’individuo verso una sua riformulazione totale; egli infatti perde la sua individualità in quanto soggetto immerso nello spazio – tempo e approda ad una nuova dimensione, laddove soggetto e oggetto sono indistinti : il . Quest’ultimo corrisponde ad uno stato di nulla che non è il niente ma una negazione completa del mondo e della Volontà di vivere. Schopenhauer argomenta questo punto teorico, adducendo la seguente spiegazione : il nirvana è nulla per coloro che sono ancora dominati dalla volontà di vivere ma, per coloro che se ne sono liberati tramite l’ascesi, in realtà esso è un tutto che è la massima espressione della serenità e tranquillità. In lingua sanscrita, il termine nirvana निर्वाण esprime un concetto basilare del Buddismo e del Giainismo, assimilato poi nell’Induismo, e ha un duplice significato : “estinzione, cessazione dal soffio” e “libertà dal desiderio”. Personalmente ritengo questa seconda accezione più consona e confacente alla concezione schopenhaueriana del nirvana.

 

 

 

 


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