Sofia Guidi – Escort [Pillole illustrate del romanzo erotico di ErosCultura Editrice] – Pillola n°11

“Aspettavo che qualcosa definisse la faccenda, magari un segno dal cielo, anche se nutrivo forti dubbi sulla mia capacità d’interpretare il segno opportuno. Rimandavo e basta.
Passando da per raggiungere m’ero fermata a guardare le vetrine di e mi invaghii all’istante di una tracolla in pelle matelassé e di una minibag con strass. Entrambe venivano sui cinquemila ma non era un problema, pensavo di spendere quell’importo in ogni caso.
“Mio Dio Sofia, era un sacco di tempo che non la vedevo.”
“Sono passata altre volte, ma lei non c’era.”
“Possiamo darci del tu? Forse ero a Parigi per qualche riunione in direzione.”
“Certamente… Yvonne.”
Poche frasi distese in un tempo lunghissimo durante il quale le nostre mani si erano toccate solo per un saluto, e poi tese per esaminare le due borse, che acquistai come già avevo deciso di fare.
“Possiamo… Sofia. Vorrei vederti…”
“Ti aspetto domani Yvonne.”
Una rapida occhiata, un sorriso, ancora una ricercata stretta di mano, lo scambio dei numeri telefonici e la certezza che l’indomani ci saremmo riviste.
Era andata esattamente come immaginavo.
Oramai conoscevo bene il mio mestiere e sapevo come tenermi lontana dai rischi.
Quali rischi?
Quello tremendo, per esempio, di beccarmi un’infatuazione per un cliente. Rischio davvero terribile.
Le infatuazioni non sono troppo diverse dalle infezioni. Qualcosa ti penetra nell’organismo e comincia a riprodursi, a crescere. Intanto ti riduce al tormento. Così, ben consapevole del mio potenziale d’attrazione, mi mantenevo sicura all’interno della profilassi: indifferenza, mi ripetevo. Indifferenza. Indifferenza.
Ma questa Yvonne era una ragazza meravigliosa: una giapponese che aveva fatto della classe francese e del sorriso mediterraneo i suoi punti di forza. Elegante, affabile, bellissima e irresistibilmente sexy. Dopo aver tenacemente tenuto lontano questa possibilità, decisi per una volta di lasciarmi andare a un contatto privo di lucro.
L’indomani, svegliandomi, trovai il mio viso stanco, segnato dalla notte trascorsa tra mille pensieri; avrei voluto chiamare Yvonne e dirle di rimandare l’appuntamento, ma in realtà era proprio lei l’origine di quel ribollire notturno.
Un tocco di cipria illuminante sopra l’arco di cupido – lo spazio sopra il labbro superiore – e poi un colpetto sul naso e un altro sugli zigomi fecero un autentico miracolo.
Gli occhiali da sole di mi avrebbero ulteriormente difeso da uno sguardo prolungato, eccessivamente indagatore.
Volevo vestirmi in maniera informale, così tirai fuori una camicia, degli short jeans, e infilai gli stivali cuissard neri di Scervino.
Sistemai i capelli in una pettinatura arrangiata al volo, quasi scompigliata, e mi diedi un tocco aristocratico con l’ultimo acquisto in fatto di gioielleria: un collier d’oro rosa a maglia macro con diamanti e bracciale rigido coordinato di Chopard.
La toilette e la vestizione sono come la preparazione di un sacrificio. Vestendomi, io faccio bello ciò che sta per essere guastato dal desiderio.
Vedere Yvonne fu un colpo al cuore.
“Hai tradito Chanel. Vero?” le dissi vedendola avvicinarsi come un’amazzone in città, inguainata, come il capitano di un esercito pronto alla battaglia nella sua corazza, dentro un completo della linea , con stivali bicolori  e guanti in pelle di .
“Direi proprio di no” rispose, indicandomi con un sorriso gli orecchini a cerchio con pendenti e la collana sautoir tipica dell’eleganza Chanel.
Il giacchino corto in pelle nera lasciava ben evidenti i glutei vestiti dai pantaloni color ghiaccio in tricotina stretch, tenuti su, si fa per dire, da una sottile cintura di canvas e pelle.
I capelli erano raccolti in uno chignon che liberava il viso dagli zigomi marcati, la carnagione bianchissima e gli occhi a mandorla d’un nero dai riflessi quasi bluastri.
“Ci sediamo per un drink? Vuoi?”
Ero stordita da un’emozione incontenibile, un sentimento che il mio lavoro mi aveva portato a escludere quasi completamente.
“Volentieri, ti seguo” disse, e intanto mi tendeva la mano come per rispondere fisicamente al mio invito.
L’atmosfera cominciò a sciogliersi grazie ai cocktail, che il barman ci spiegò essere una miscela floreale di ambra, sandalo e champagne con una spruzzata di gelsomino.
Yvonne mi disse di assaggiare il suo, io le porsi il mio, ed entrambe cercammo con la bocca quella parte dei calici già toccata dalle labbra dell’altra.
Cominciammo a sorridere e decidemmo che avremmo potuto consumare prima del pasto altre bollicine, lì in quel bar dagli arredi in legno pregiato e sedute in pelle.
Ci lasciavamo andare in frivolezze e divagazioni.”

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