Un barlume di speranza

“Cosa stai facendo di nuovo lassù? Perché sei in vedetta?”
“Ssh, aspetta, non parlare ad alta voce o mi vedranno.”
“Chi ti vedrà?”
“Zitta!”
E fu silenzio, solo pochi sguardi furtivi che dall’alto osservavano e cercavano spiegazioni.
“Insomma che vedi?”
“Se ne stanno andando, sembrano spaventati.”
“Si saranno resi conto della situazione, finalmente.”
“No no, sembra che siano obbligati da qualcosa, da qualche specie di legge…”
“Potrebbe darsi in effetti, sentivo l’altro giorno dalla finestra della vecchietta qui di fronte che qualcosa non va e che chiuderanno tutto.”
“Ma il negozio qui sotto è aperto!”
“Ma è un supermercato, quello rimarrà aperto insieme alle farmacie e poche altre cose. Dai uno sguardo alla farmacia all’angolo, è chiusa?”
“No, è aperta, hai ragione, ma il resto è tutto con le serrande abbassate.”
“Ecco, si sono accorti in tempo che le cose non funzionavano più bene. Forse c’è un barlume di speranza.” disse Ella sospirando con tono sarcastico. La piccola tortora sbruffò un po’ le piume, sistemò le tre uova che teneva al caldo nel nido sotto al petto e rimise la testolina tra le piume per tornare a dormire.
Intanto il suo compagno Mimì, al limite del loro ramo di residenza, continuava a stare immobile ad osservare la strada di sotto.

Più tardi arrivò il segnale che stava per piovere.
Coco il gabbiano volteggiava in tondo e urlava: “A riparo nelle case ragazzi, temporale in arrivo da Nord!” e a quelle sue parole Otto il passero prese di corsa qualche altra briciola di pane dal davanzale di una casa e corse fino al suo nido dove lo aspettavano i suoi cinque piccoli affamati. Diede loro da mangiare e li aiutò a pulirsi le piume della schiena perché da soli ancora non ne erano in grado; li fece sistemare e li coprì con le sue ali.

“Plin”…”Plok”…”Plak”. Iniziò a piovere. Era il tramonto e la foglia di pioppo che sovrastava il nido di Otto teneva al riparo la numerosa famiglia dalle gocce di pioggia.
Nel palazzo di fronte si accese una luce, poi la televisione e il passero vide quattro sagome mettersi davanti allo schermo; era la famiglia che gli dava le briciole di pane, li conosceva, gli voleva bene. Guardò con attenzione e vide che due stavano sedute, due in piedi. Chi con le braccia incrociate, chi con la testa fra le mani, tutti con un’aura di angoscia che il piccolo pennuto non aveva mai visto prima. Sentì farfugliare qualcosa, ma capì poco e nulla a causa della vetrata che divideva l’esterno dall’interno.

In quel momento Leda la civetta si sporse dal ramo più alto e sussurrò a Otto: “Vedi giovane, la situazione non è facile per loro. E’ successo un bel guaio dall’altra parte del Pianeta e ora anche qui si sentono le conseguenze.” Il passero preoccupato chiese: “Ne avevo sentito parlare. Un mio parente abita in una città tedesca e ha saputo da alcuni uccelli migratori che l’aria in quelle zone laggiù in Oriente era più pulita e che stavano tornando a casa dopo tanti anni. Però non capisco, perché dici che per loro è una cosa brutta?” e Leda rispose con la sua solita pacatezza: “Loro vivono e percepiscono molte cose in modo diverso da noi. Noi apprezziamo le piccole cose, viviamo in sintonia con la Natura e la rispettiamo; loro no, non più da tanto tempo. Io ho una certa età, lo sai, ho visto molte cose e tra le più brutte ricordo le guerre, ma di una cosa del genere, così grave, non ho memoria.

Da oggi l’aria che respireremo non sarà più inquinata dalle macchine o dalle fabbriche, molti di noi non si ritroveranno a mangiare cibo poco salutare, non dovremo più rinchiuderci nelle nostre case o nelle tane per paura di esser uccisi o acchiappati. Potremo ricominciare ad apprezzare quel che molti di voi giovani ancora non hanno assaporato. Vedrai che le cose andranno meglio. E ora, con permesso, vado a cercare qualcosa da mangiare anche io. Buonanotte Otto.” “Ciao Leda, a domani, buona caccia.” L’indomani era dietro l’angolo e il piccolo passerotto si mise a riposare per qualche ora mentre pensava alle parole del vecchio rapace.

Passarono un po’ di giorni e la previsione dell’anziana civetta si stava avverando. Le strade erano quasi deserte, i fiori stavano sbocciando sui rami insieme ai germogli e l’acqua di fiumi e mari era più limpida.
Uno stormo di anatre e alcuni cigni passeggiavano indisturbati nei canali di una città meravigliandosi per la bellezza degli edifici e curiosando qua e là per le strade.
Una famiglia di topi usciva allo scoperto dalle fognature e si godeva la luce del sole che di rado, se non addirittura quasi mai, riusciva a vedere perché i roditori erano reputati animali immondi e venivano cacciati o uccisi; però erano così felici che si misero a cercare una fontanella in un parco vicino per poter finalmente fare un bagno ristoratore.
Alcuni cerbiatti in una località montana seguirono una “banda” di cinghiali esperti per avventurarsi oltre le staccionate di un paesino, mettendosi poi a passeggiare e a giocare in mezzo alla strada vuota.
In un’isola sempre molto trafficata dai turisti ora tornavano i gruppi di delfini, pronti per fare le loro acrobazie a due metri sopra l’acqua ed euforici a tal punto da mettersi a cantare e a urlare di felicità.
Pappagalli, coccodrilli, lepri, insetti, pesci, serpenti e ogni altro animale del Pianeta ora respirava a pieni polmoni; anche quelli negli zoo cittadini erano finalmente più tranquilli senza le continue molestie oltre i vetri delle loro teche. Dei pinguini, ricordando la scena di un famoso cartone animato, uscirono dalle tane e passeggiarono per i corridoi di un bioparco e rimasero stupefatti di quanti loro amici e compagni fossero chiusi dentro le gabbie e dietro tristi e spessi vetri divisori.

Tutti coloro che avevano vissuto le angherie, che erano sopravvissuti alla caccia contro di loro, che erano scampati a incendi e deforestazioni, ora prendevano del tempo per reimparare ad arrampicarsi su un albero, a nuotare senza rischiare di incappare in una rete mortale o a volare su, su, sempre più in alto nel cielo per vedere al di sotto la calma e la pace che regnavano.
Alcuni rimasero increduli, altri invece osarono superare i limiti, altri non ebbero il coraggio di esporsi da subito ma ci misero un po’.
Il mondo che conoscevano stava cambiando e le loro grandi famiglie si stavano riunendo da una parte all’altra del mondo.
Il vivere quieto stava riprendendo forza e la Natura stava chiedendo un attimo di pace, un respiro, quel famoso barlume di speranza.

Non era per tutti facile, certo che no, ma di certo quell’aria pulita stava aiutando le menti di molti a rinsavire e a rendersi conto che una volta sistemata quella situazione, le cose non potevano tornare come prima.
Tutti gli animali e le piante stavano chiedendo aiuto da troppo tempo e da troppo tempo il loro messaggio di pericolo era stato ignorato da loro.
La cosa che si auguravano però più di tutte era che non si tornasse a quel che c’era prima, perché avrebbe significato che loro, che avevano scatenato tutto quel “effetto domino” di tragedie e che stavano vivendo quella situazione finale drammatica, non avevano imparato nulla dalle loro esperienze.
Non lo avevano capito con le guerre, non lo avevano capito con l’inquinamento, non lo avevano capito con le malattie.
Che tutto quello potesse essere un insegnamento se lo auspicavano Leda, Coco, Ella, Mimì, Otto che stava allevando i suoi cinque figli da solo e tutti gli esseri viventi del Pianeta.

E Loro, che peccavano di superbia e di superficialità, ora dovevano ascoltare la natura, che tra animali e piante, gridava forte in una voce sola:
“STOP. Non tornate indietro. Migliorate il vostro modo di vivere, imparate dall’esperienza e il mondo ve ne sarà grato.”

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“Non possiamo tornare alla normalità perché la normalità che avevamo era proprio il problema.”


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